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lunedì , 15 Giugno 2026
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Il giornalista Carlo Gaeta colpito dal virus racconta la sua malattia: “Il tempo si è fatto lento”. Forza Carlo siamo tutti con te

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Il nostro amico e bravo collega, il giornalista monzese, Carlo Gaeta, colpito dal Coronavirus, sta lottando per guarire da un lettino d’ospedale, ma non dimentica la sua passione di cronista. Anche se con molta fatica dalle pagine di Facebook ci tiene informati sul decorso della malattia e risponde agli amici che sono molti e lo aspettano. Pubblichiamo il suo ultimo resoconto scritto con la sua bravura giornalistica, in punta di penna, come chiedevano e chiedono i direttori ai grandi giornalisti. Noi gli diciamo: Forza Carlo, torna presto a casa.

l tempo si è fatto lento

Eppure inesorabile passa, anche se le lancette e i timer ⏲ paiono non scorrere più.
Sembra di vivere in un rallenty, in uno slow motion.
Stiamo prendendo consapevolezza del nostro nuovo tempo. Fatto di attenzione alle piccole cose un tempo futili, banali. Oggi vitali.
Qui, dalla mia postazione ospedaliera, il passaggio delle ore è scandito dall’arrivo degli ottimi medici, delle brave infermiere e dalle attente inservienti. Con il loro prezioso lavoro.
Non ho l’orologio perché al momento del ricovero d’urgenza è rimasto a casa, ma tanto me l’avrebbero tolto per liberare i polsi per i costanti prelievi. C’è l’orologio dello ? che guardo mentre scrivo.

La mia giornata “impestata” parte all’alba, verso le 5.30 con i primi rilievi (febbre, pressione, saturazione) e prelievi (non tutti i giorni). Verso le 7.30- 8 arriva inesorabile il mio grande amico Paolo, il primario, che dalla porta mi urla “Come va?!” (oggi mi ha detto che la ripresa è lenta e devo aver pazienza ancora, molta).
Verso le 8.30 arrivano a far le pulizie. Quindi, una mezz’ora dopo, puliscono “a secco” anche me. Una bella strigliata con ravanatina generale, zebedei compresi, e uno si sente rinato. ?
Intorno alle 9.30 mi liberano dalla CPAP (il casco areatore), mi infilano la mascherina e arriva la meritata colazione, leggera con the e biscottini. Mi aiutano a scendere dal letto e mi mettono seduto per mangiare. E lì mi lasciano per almeno un’oretta a far respirar la schiena dopo ore di letto.
Alle 10, minuto più, minuto meno, c’è la quotidiana visita medica con controllo ai polmoni e respirazione.

Quando va male, il fastidioso prelievo arterioso dai polsi. Con la solita fatica a trovare l’arteria.
Quindi ritorno con molta pazienza nel casco e mi faccio almeno un paio d’ore da astronauta, immaginando di volare nello spazio e di uscire da sto strazio.
Ingabbiato fino all’ora di pranzo, verso le 12.30.
Male non si mangia. Cibo leggero, onesto. Non manca mai il purè e il prosciuttino. Quando va bene arriva pure la lasagna e un piatto di gnocchi, oltre che l’arrostino.

Dai, tutto sommato, non mi posso lamentare. Adesso almeno sento i gusti che per giorni non sentivo, oltre a non alimentarmi. Mi manca però un bicchiere di buon rosso. ?
Mi fanno prendere le medicine e mi lasciano il tempo per il classico ‘ruttino’ e poi mi ‘rimbustano’, nel primo pomeriggio, quando mi va bene verso le 15.
Uno dei periodi lunghi della giornata è proprio quello di tirar sera. Prima di cena, dopo le 18.30, altri controlli e medicine, con flebo, antibiotico in vena, punturina sul panzone di eparina anticoagulante.

La cenetta è leggera, ovviamente. Spesso pastinetta o semolino. Così la notte il panzone va da sé ? e mi tocca chiamare le povere infermiere per il soccorso padellone. ?Sempre gentili a tutte le ore del giorno e della notte.
Dopo cena mi lasciano libero di ascoltare un po’ di musica, fare qualche videochiamata. Infine, inesorabili arrivano a mettermi a nanna, col solito, inseparabile, casco sul testone.
Da circa le 23 alla colazione del giorno dopo sei chiuso nel tuo mondo ossigenato. Con un rombo nelle orecchie che poco ti fa dormire, anche se dall’altro ieri mi hanno recuperato dei tappi. Mi è cambiato l’universo audio, tanto che quando me li infilo mi pare di essere Carletto Leclerc sulla griglia di partenza del GP.

Un rito, un attimo di gloria mentre mi tappo le orecchie prima della lunga corsa notturna. Peggio che la 24h di Le Mans. Con le luci delle ambulanze che vanno e vengono. Ma preferisco avere la tapparella aperta perché così capisco quando sta arrivando l’alba e inizia un nuovo giorno. Un traguardo. Un giorno in più di vita. Di aria, di respiro. Che spero di ritrovare appieno.

Portate pazienza per questi miei lunghi scritti. Scrivere per me è tutto. E non saprei proprio dove farlo e per chi. Se non qui. Sperando sempre nella vostra benevolenza.
Grazie per l’affetto e la partecipazione che mi state quotidianamente testimoniando.

Carlo Gaeta

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