Arriva in tv Filippo Timi con Skianto, un monologo intenso in cui una vicenda intima e delicata diventa paradigma di una condizione umana universale: l’inabilità degli uomini alla vita. Dunque la vita come schianto, nella duplice valenza semantica del termine: l’urto delle aspirazioni, pulsioni e passioni umane contro i colpi bassi dell’esistenza e la bellezza disarmante di un percorso irto, in cui non resta che aggrapparsi ai sogni di un universo colorato.
Dal palcoscenico alla tv. Giovedì 13 alle 21.20 e giovedì 20 febbraio alle 21.40 due prime serate su Rai3, in collaborazione con Ballandi. Transitato di recente a Milano, al Teatro Franco Parenti, Skianto, one man show di Filippo Timi, artista eclettico tra i più amati del panorama nazionale, è un omaggio alla televisione di grande intelligenza, ironia e sensibilità. È di scena la disabilità con un linguaggio smaccatamente pop, senza cadere nel pietismo, rifuggendo la retorica, non risparmiando i colpi bassi e allargando l’orizzonte drammaturgico dal personale all’universale.
Protagonista di questa favola amara è Filippo, un bambino nato con la “scatola cranica sigillata”, impossibilitato a muoversi e a parlare ma capace di grandi sogni. Prigioniero di un corpo che non risponde alle proprie volontà e di una casa grigia nella quale la famiglia lo tiene chiuso, forse un po’ per vergogna, Filippo fa grandi sogni.
Il mondo dell’infanzia e della preadolescenza è costellato dei racconti buffi e surreali del rozzo nonno Gibbino, ma soprattutto della televisione, che nei favolosi anni ’80 proponeva gran parte del repertorio pop: dalla trasmissione Fantastico al cartone Candy Candy, dallo sceneggiato Rai Pinocchio alle canzoni di Whitney Houston, passando per la pubblicità di un giovane e bello Stefano Accorsi.
Una fame di vita accompagna Filippo che dentro di sé canta a squarciagola Edith Piaf, balla come Heather Parisi e sogna un pattinatore russo, mentre all’esterno ogni passo è un macigno e guadagnare la strada dell’orto sotto casa è una conquista. È così che persino andare in ospedale diventa un’occasione mondana cui guardare con grande entusiasmo.
È un animo tenero e sensibile Filippo, mosso da sentimenti profondi ma anche da emozioni e pulsioni concrete e salaci con cui si scontra quando entra nell’età adulta e prende coscienza della propria condizione. È lì che si materializza l’urlo arrabbiato e disperato come anelito a una vita diversa. Come Pinocchio, chiede aiuto alla fatina ma non ottiene il premio: la vita può essere una favola senza lieto fine.
Lo sfondo della vicenda è la provincia umbra, una casa modesta di periferia, in cui il grigio dell’autostrada contrasta con il mondo televisivo degli anni ’80 tra paillettes e glitter, un contrasto che Timi registicamente traduce in una scena in cui le luci stroboscopiche si alternano al grigio dello sfondo e a un sipario scuro.
Un monologo che ripercorre l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza del protagonista, dagli anni ’80 a oggi. Una contemporaneità di cui troviamo diversi simboli: dai capelli a caschetto del protagonista, agli intermezzi con videoclip di canzoni pop di Whitney Houston, ai video di gattini e panda che imperversano sui social oggi. È lì che le concessioni al pop si rivelano eccessive e prive di mordente.
A fare da contrappunto musicale, le canzoni riadattate dallo stesso Timi e cantate con il musicista Salvatore Langella.
È comunque un Timi profondamente generoso quello che vediamo in Skianto: non indossa i panni del personaggio, ma ne incarna profondamente i pensieri e i più profondi sentimenti, divenendo umanissimo e puro ma anche estremamente concreto. Un Timi a tutto tondo, autore, regista e interprete istrionico che con una tuta felpata, come un burattino appeso a dei fili sopra una cyclette, inizia il suo racconto facendo leva sulla fisicità: dalla voce inconfondibile al corpo tonico e statuario che sa essere bambino, adolescente e adulto senza risultare grottesco.
L’uso della lingua, un dialetto umbro-toscano, infarcito di termini popolareschi e di un inglese maccheronico, è funzionale al racconto e concorre a delineare le coordinate spazio-temporali della vicenda ma anche a rendere più immediata e vivace l’interazione con il pubblico.
Laura Timpanaro


