Lo hanno capito tutti. Anche quelli che vivono la Pro Sesto semplicemente come la squadra della loro città. Senza magari recarsi mai allo stadio, ma seguendo le vicende del club che calcisticamente li rappresenta a livello territoriale. È sufficiente leggere i post e i relativi commenti sui social per comprendere come la Pro Sesto sia percepita come una barca allo sbando, che sta per affondare a causa della mancanza di un timoniere. In campo e fuori dal campo. Improvvisazione, scelte incomprensibili, comunicazione inadeguata. Roba da dilettanti e non da un club che vuole (o vorrebbe restare) in Serie C. Perché, non dimentichiamolo mai, la Pro Sesto tra i professionisti c’è tornata non perché ha vinto un Campionato, ma perché due anni fa, a ben 11 giornate dal termine della stagione e con soli 4 punti di vantaggio sulla seconda, con lo scoppio della pandemia, le promozioni sono state assegnate “a tavolino”. E neppure la risicata salvezza conquistata lo scorso campionato ha insegnato nulla. “Killeraggio” seriale di tutti coloro che – a vario titolo e con infinita passione – avevano fatto parte della storia recente della Pro Sesto, nessuna politica per coinvolgere i sestesi e il territorio, innesti di giocatori, dirigenti e consulenti che il calcio professionistico lo avevano visto solo in televisione. È chiaro che noi, come tutta la città, ci auguriamo che la Pro Sesto si salvi, ma è altrettanto evidente che da qui al termine della stagione serva una sferzata forte. Molto forte.
E serve chiarire i ruoli in campo, in panchina e soprattutto negli uffici. Nei luoghi di comando. Perché senza guide sicure, esperte e affidabili si rischia davvero di affondare.


