A marzo ho insegnato in una seconda media, la II E. A maggio sono tornata nella stessa scuola, ma mi sono state assegnate due classi diverse da quella in cui avevo lavorato il mese precedente.
Oggi sono entrata a scuola e ho incontrato un ragazzo di II E. Non mi ha salutata, non mi ha quasi neanche guardata negli occhi. Le prime parole che mi ha rivolto sono state “Comunque se perdesse qualche chilo non sarebbe male”. Voleva essere un commento goliardico, lo so, ma mi sono fermata a riflettere. A che cosa è servito insegnare loro la differenza tra soggetto e complemento oggetto, se le lacune di questi ragazzi sono innanzitutto in campo umano? Mi sono pentita del mio lavoro e ho pensato che, con il senno di poi, avrei potuto impiegare le mie ore scolastiche per uno scopo forse più alto. Se non altro, più urgente.
È stata una fortuna che quella frase sia stata rivolta a me. Io so che esistono delle malattie subdole legate a questo tipo di commenti, le studio, ne analizzo le dinamiche e so come parole del genere possono essere gestite. Ma se quel ragazzino, invece che a me, si fosse rivolto alla sua compagna (o compagno) di banco, non è detto che l’effetto sarebbe stato il medesimo.
Sono entrata in una delle mie due classi e ho parlato di Disturbi del Comportamento Alimentare. Mi hanno ascoltata, affamati di informazioni come non li avevo mai visti. La frase con cui ho concluso il mio discorso suonava più o meno così: “Ogni persona trascina con sé un bagaglio diverso. Ci sono persone su cui alcune parole possono scivolare dalle dita senza lasciare alcun segno. Altre su cui invece generano solchi profondissimi. Non conoscendo le storie di ognuno, siate gentili sempre”.
Ilaria Prazzoli


