Dante Alighieri, colonna portante della letteratura italiana, nasce a Firenze nella primavera del 1265 e muore a Ravenna nel settembre del 1321. Nel 2022, quindi, si conclude l’anno dedicato al 700° anniversario della sua morte. Il 25 marzo, inoltre, è stato convenzionalmente indicato come “Dantedì”, una giornata completamente dedicata, nella quale evidenziare con eventi, conferenze e progetti la portata del sommo poeta. A conferma di quest’ultima, è risaputo che l’Alighieri sia da molti definito il “padre dell’italiano”. Non solo: fatta eccezione per i “Padri della Chiesa”, egli è l’unico personaggio storico-letterario italiano a cui sia mai stato attribuito il titolo di “padre”. Nemmeno personalità storiche dal calibro di Giuseppe Garibaldi o geni indiscussi come Leonardo da Vinci sono stati singolarmente appellati come tali. Dante invece sì. Ma che cosa significa esattamente essere “padre” di una lingua? E soprattutto: Dante merita davvero questo epiteto?
L’Alighieri è stato indubbiamente il più incisivo tra gli scrittori che hanno segnato la storia della letteratura italiana. In un’epoca in cui il latino era considerato la lingua dell’élite intellettuale, l’idioma che ogni uomo istruito che volesse abbracciare il mondo delle lettere era tenuto a conoscere approfonditamente, Dante sa osare: accanto a testi redatti in latino (come il celebre De Vulgari Eloquentia) egli affianca opere in volgare fiorentino. Profondamente legato alla sua lingua madre, Dante conosce il latino, ma non accetta l’idea diffusa fra gli intellettuali che esso sia necessariamente di “qualità più pregiata” rispetto al volgare. Egli, piuttosto, rivendica la funzione educativa del volgare, un’ancora per tutti coloro che il latino, tra Duecento e Trecento, non lo conoscono, ma che possono comunque aspirare alla canoscenza.
Ma che cosa ha fatto, concretamente, per meritare l’epiteto di “padre”? È stato forse il primo a utilizzare il volgare in letteratura? Assolutamente no. Sono molti gli intellettuali che prima di lui si sono cimentati nella poesia volgare. Si pensi solo alla Scuola Siciliana, originatasi alla corte di Federico II di Svevia nei primi decenni del XIII secolo, oppure ai successivi poeti toscani, che hanno toscanizzato la patina siciliana con il proprio volgare. Ma se egli non è stato né il primo a scrivere in una lingua diversa dal latino, né tantomeno il primo a utilizzare il volgare fiorentino, allora perché mai dovremmo considerarlo il “padre dell’italiano”?
Per rispondere a questa domanda, è necessario spostare il focus della nostra analisi. Non dobbiamo soffermarci sul “quando” Dante ha cominciato a utilizzare il volgare, ma piuttosto sul “come” lo ha fatto. È evidente che la portata e la profondità della sua produzione non possano essere paragonate a quelle di nessun altro intellettuale della storia. Prendiamo, per esempio, l’opera che più di tutti lo ha reso celebre: la Commedia. Questo vastissimo poema in terzine incatenate di endecasillabi è una vera e propria enciclopedia della conoscenza medievale. Dante, negli oltre quattordicimila versi di cui è composta, tocca tematiche politiche, storiche, scientifiche, religiose e sociali, con una spiccatissima abilità orientativa. Per destreggiarsi all’interno di ambiti così disparati, essenziale è la capacità di modellare la lingua in base alle proprie esigenze, padroneggiando l’immenso spettro di stili e registri che essa mette a disposizione. È naturale che non sia possibile descrivere creature mostruose come l’angelo maledetto da Dio utilizzando lo stesso registro con il quale si discute di amore o ci si appresta alla visione della Trinità: e Dante, su questo fronte, non delude mai.
La lingua aspra, struggente, rozza o violentemente comica dell’Inferno convive, all’interno della medesima opera, con la solennità lessicale e stilistica del Paradiso. Per realizzare ciò, Dante spreme il volgare fiorentino come un agrume, ne sfrutta tutte le potenzialità espressive, vi estrae fino all’ultima goccia di succo. Utilizza vocaboli di uso comune, ma anche parole già desuete ai suoi stessi contemporanei; attinge più volte al bagaglio lessicale di lingue straniere e di altri dialetti italiani. Ancora, dissemina la Commedia di latinismi, neologismi e dantismi. L’Alighieri è inoltre capace di rendere proprio il lessico dei più disparati ambiti della scienza, come quello medico, astronomico o musicale. Non dimentichiamoci poi delle numerose frasi idiomatiche che noi, uomini del XXI secolo, continuiamo a utilizzare ancora oggi, e che portano la firma proprio di Dante Alighieri. A tal proposito, significativo è lo studio condotto dal linguista Tullio de Mauro: quando Dante cominciò a scrivere la Commedia, il vocabolario fondamentale dell’italiano era già costituito al 60%. Egli fece proprio questo patrimonio e con il suo sigillo lo trasmise nei secoli, tanto che alla fine del Trecento il vocabolario fondamentale dell’italiano era configurato e completo al 90%.
Se dunque la lingua utilizzata al giorno d’oggi si basa in gran parte sul fiorentino del Trecento, il merito è da attribuire principalmente – ma non solo – a Dante Alighieri. Prima delle “Tre Corone” Dante, Petrarca e Boccaccio, il volgare fiorentino era un semplice idioma tra i tanti presenti in Italia; dopo il loro immenso lascito esso si è invece progressivamente trasformato nella lingua italiana per eccellenza.
Alla luce di queste considerazioni, Dante merita davvero l’epiteto di “padre dell’italiano”? Ciascuno di noi è libero di formulare la propria personale opinione in merito. Ciò che è certo, però, è che a distanza di settecento anni dalla sua morte gli uomini contemporanei utilizzano ancora espressioni e vocaboli che lui ha reso immortali. Qualcosa di sicuro vorrà dire.
Ilaria Prazzoli


