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mercoledì , 9 Settembre 2026
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Genitore o genitrice?

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Fioriscono le polemiche dopo la sentenza del Tribunale di Roma che ha dato ragione a due donne di una famiglia arcobaleno: non vanno registrate come una “madre” e un “padre”. Si possono scrivere all’anagrafe come “genitore uno” e “genitore due”.

Nessuno che però abbia fatto una riflessione sull’uso grammaticale del genere: perché genitore e non genitrice, termine corrente in italiano?

La risposta è che si ricorre a “genitore” sulla scia dell’uso collettivo di quei “maschili grammaticali” che hanno una valenza plurima. Diciamo da sempre “i genitori”, senza che nessuno si scandalizzi. Come diciamo gli impiegati, gli operai; o gli insegnanti, anche se in quella categoria le donne sono la maggioranza. C’è qualche eccezione al contrario, ma è minoritaria: le maestranze, le truppe…

Dunque si potrebbe evitare la goffaggine dell’uso doppio, tipo “giornaliste e giornalisti” che dilaga nella comunicazione apparentemente “corretta”. Fraseggi stucchevoli con periodi che cominciano: “le giornaliste e i giornalisti rilevano che….”, e proseguono ancora riecheggiando il vecchio e teatrale “ladies and gentlemen”. Poi però ci si stufa, e allora ecco che: “richiamiamo tutti i colleghi a mobilitarsi contro pratiche che contraddicono la deontologia professionale dei giornalisti….”. All’improvviso le giornaliste sono state dimenticate? No, si avverte soltanto che una litania di questo tipo è insopportabile. Bisognerebbe riscrivere leggi, regolamenti, contratti di lavoro, inserendo il doppio genere ad ogni passaggio. Con quale utilità? Nessuna.

Usare la lingua secondo l’uso correte non significa venir meno all’impegno per risolvere le disparità di genere che ancora resistono nella società. Direi anzi che si tratta di un falso obiettivo: come se declinando più spesso al femminile i ruoli si risolvesse la sostanza delle discriminazioni. Magari…

Oltretutto, nei casi meno frequenti in cui il sostantivo è al femminile (guida, guardia, star) non si manifestano insofferenze. Conservo un ritaglio del Corriere dei Piccoli di un po’ di anni fa: un fanciullo si rivolge ad un adulto così: “Scusi signora guardia, mi aiuterebbe a ritrovare la strada di casa?”; la “signora guardia” è un vigile urbano con tanto di baffoni.

La tradizione, che resiste, vuole che molti termini collettivi siano utilizzati al maschile; per esempio i “bambini”. Nella frase “donne e bambini devono essere messi in salvo per primi” c’è forse una sfumatura di contraddizione, ma nessun equivoco. Se si usasse “donne e bambine vennero messe in salvo…” sarebbe inevitabile intendere che tra i piccoli non ci fosse nessun maschietto. Con “donne e bambini” l’equivoco non sorge.

Si tratta dunque di prendere atto che l’uso della lingua prevale, ma è in evoluzione: non si possono forzare i cambiamenti per decreto.

Tra le leader sindacali alcune preferiscono farsi chiamare “segretaria”, altre “segretario”. Finora non mi risulta che qualcuna si sia definita “medica”, oppure “pubblica ministera”. Può darsi che prima o poi accada.

Quando Letizia Moratti divenne sindaco di Milano, non molti anni fa, a nessuno sarebbe venuto in mente di chiamarla “sindaca”. Poco dopo, Marta Vincenzi ricoprì la medesima carica a Genova, sperimentando una formula che non ebbe successo: farsi chiamare “la sindaco”. Oggi invece è pacifico che venga definita “sindaca” chi è a capo di una amministrazione comunale. Studiosi della lingua e della semiologia sono abbastanza concordi: esistono termini declinati al maschile che hanno un significato esteso, niente affatto riduttivo. I Diritti dell’Uomo proclamati dall’ONU non sono maschilisti: anzi, se si definissero “dell’uomo e della donna” potrebbero suonare discriminatori verso qualcuno.

Marco Volpati

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