I miei cari Angeli, i nostri cari Angeli. Dedicato a loro con viva commozione, sincera stima e rispetto.
Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari tutti e pure agli inservienti che stanno dando il massimo negli ospedali in questi giorni bui, tremendi.
Imbacuccati dalla testa ai piedi, incrocio ogni giorno più volte i loro occhi belli, vispi, sorridenti e pieni di passione. Stento a riconoscerli chiusi in quegli ‘scafandri’; con mascherina, occhiali e guanti si assomigliano un po’ tutti. Ma se li fissi bene negli occhi riesci a ricordare anche i loro nomi. Hanno sempre una parola buona e un sorriso da regalarti. Lavorano con passione, spirito di sacrificio, devozione e disponibilità.
Mai in questi miei lunghi giorni di degenza una parola fuori posto, mai un accenno di nervosismo. Anche nel cuore della notte quando li chiami per un sorso d’acqua, toccasana sotto il casco d’ossigeno.
Sono i miei cari Angeli, i nostri cari Angeli e stanno svolgendo un lavoro improbo, oltre l’umana misura. Lo fanno al massimo delle loro possibilità, senza batter ciglio. Capaci di regalarti emozioni vere, sincere. Indimenticabili.
“Lei non si preoccupi, è il nostro lavoro” ti rispondono in coro quando tu cerchi di scusarti per averli chiamati, per aver fatto suonare il campanello che hai sul letto. E la loro non è ipocrisia, ma sincera, vera, disponibilità. Passione per ciò che fanno. Pagati pure male. Con turni da spaccarsi le ossa.
In questi giorni di maledetto Covid19, a casa con la febbre e la nausea, prima del ricovero, una delle poche cose di cui percepivo i sapori era l’arancia. Mi dava un poco di sollievo mangiarla. Dopo diversi giorni in ospedale non ne avevo più gustata una. Così l’ho chiesta ad una infermiera. Non me l’ha promessa perché non era certa di trovarla.
Poi verso l’ora di pranzo ho visto aprirsi la porta della camera e all’uscio un sorriso raggiante, coinvolgente, soddisfatto, accompagnato da una mano festante con un’arancia nel palmo.
“Hai visto!? Te l’ho trovata!“.
Il più bel regalo di quest’anno. Il mio piccolo Natale.
Bello è stato quando un’infermiera, che ovviamente manco sapeva chi fossi, mi ha chiamato così come fanno tutti quelli che mi vogliono bene. “Ciao Carletto!“.
E mi si è aperto il cuoricino.
Il momento dei prelievi è quello più delicato. Per me poi per certi versi pesantuccio perché vene ed arterie non si trovano.
L’altro giorno in tre, armate di santa pazienza, hanno armeggiato sui miei polsi, scaldandomi le mani fredde, con calma, per pungermi senza farmi sentire dolore. Con grazia, nonostante i guanti.
“Vabbé ma quando tutto questo sarà finito (perché finirà), vi dimenticherete di noi” ripetono tutti con un velo di tristezza.
Io non potrò mai più dimenticarvi. Vi porto e vi porterò nel cuore per sempre. Se sono ancora qui lo devo a voi. Non avrò mai parole abbastanza per ringraziarvi. E credo sinceramente che l’Italia abbia capito il valore vero del vostro prezioso e indispensabile lavoro. Perché un Paese serio, d’ora in poi, non potrà mai più permettersi di penalizzare la Sanità. Forse abbiamo capito la lezione.
Io intanto mi inchino ai miei favolosi Angeli.
Carlo Gaeta


