Ci coprivano tanto tempo fa i lamenti degli animali sacrificati. Con cosa? Con gli applausi. Questo mi viene in mente ogni volta quando gli applausi intervengono ai funerali o a spezzare concerti. Quelli ai funerali coprono il dolore, impediscono il raccoglimento che appartiene al silenzio. Quelli ai concerti non terminati concerti, soprattutto classici, oltre che testimoniare ignoranza, non rappresentano la voglia di far qualcosa, di essere coprotagonisti, come è senz’altro ai concertoni, dove non è chiaro se le folle vadano per ascoltare o per saltare, battere mani e piedi, agitarsi all’infinito?
Gli applausi sono accompagnati spesso da sbatter di oggetti, di piedi, di suoni e tamburellamenti, per ora non ai funerali. Proprio come nei gruppi di scimpanzé in momenti di gruppo – come scriveva Morris, l’etologo. Alcuni, dando più importanza al gesto che al rumore, sostengono che l’applauso sia un abbraccio sintetizzato, in suggestivo panpsicologismo. Comunque sia, oggi
l’applauso è simbolo di approvazione, ammirazione, premio. Quando si applaude in piedi, tutti in coro, a un’esibizione straordinaria, non soltanto si esprime lode, entusiasmo, ma anche rispetto. Io, dopo un concerto meraviglioso, applaudo fino allo sfinimento: penso che sia il premio dovuto a straordinari musicisti, attori, oratori; penso talora che sia il loro vero premio, e odio chi se ne va a fine spettacolo, come se nulla più lo riguardasse.
Ma come le parole, anche gli applausi vanno perdendo significato: molto spesso rumoreggiano prima ancora che il protagonista inizi, spesso senza manco sapere chi è. Che sia l’incoraggiamento ai gladiatori di Roma antica prima dei combattimenti?
L’Università di Oxford seguita da quella di Manchester, controcorrente, ha vietato di appplaudire durante conferenze e dibattiti organizzati in ateneo,. Si potranno invece agitar le mani e ruotarle a palmo aperto, per andare incontro a chi ha problemi di salute, a chi soffre di sordità, oltre che azzerare l’ansia di studenti timorosi di partecipare ad aventi pubblici.
Inclusione, quindi, coccole ai più timorosi, simil-linguaggio dei segni (ma i non ciechi vedono anche la mani che si sbattono).
Si concretizzano quindi due fenomeni iperdiffusi: l’incoraggiamento a restar fragili e l’incapacità di essere misurati, seguendo regole dettate da empatia e buon senso.
Peraltro anche l’agitar frenetico di centinaia di mani è confusivo assai. Eccetto per chi non vede. Che avrebbe bisogno di applausi sonanti…
Federica Mormando
psicoterapeuta e psichiatra


