22 giugno 2022, ore 8.30: migliaia di studenti italiani attendono trepidanti fuori dai cancelli degli istituti superiori di tutta Italia. Oggi è un grande giorno per loro, temuto e atteso allo stesso tempo: la prima prova di maturità, quella di italiano, suddivisa in tre tipologie tra le quali scegliere.
Nella tipologia B, il tema argomentativo, il Ministero dell’Istruzione ha optato per un passo de “La sola colpa di essere nati”, il libro scritto a quattro mani da Gherardo Colombo e Liliana Segre. È lei, dunque, testimone della Shoah e senatrice a vita, la protagonista di una delle tracce dell’Esame di Stato di quest’anno. E l’Italia non potrebbe essere più felice che un così grande riconoscimento sia finalmente giunto anche tra i banchi di scuola, dove testimonianza e sensibilizzazione sono oggi più importanti che in qualsiasi altro ambito.
Liliana Segre, prigioniera nel campo di Auschwitz-Birkenau tra il 1944 e il 1945, era ancora una bambina quando decine di treni colmi di ebrei e altri perseguitati partivano per essere trasformati in rifiuti umani, da “smaltire” nella camere a gas o nei campi di lavoro. Insieme a lei, su quel treno partito da Milano il 30 gennaio 1944, c’erano anche il padre e i nonni. Familiari che da lì a poco non avrebbe mai più rivisto. Per mesi lei e la sua famiglia avevano vissuto nell’ombra, cercando riparo sotto tetti di case amiche o tra le montagne al di là del confine. Ma poi era sopraggiunto il carcere e la notizia della partenza per “ignota destinazione”. Così, il 6 febbraio 1944, Liliana si trovava sola e ignara nel campo di Birkenau, dove sarebbe stata rinchiusa per quasi un anno.
Liliana Segre è oggi una donna tenace, resistente, determinata. Una donna straziata da un disagio profondo e insanabile, eppure così risoluta nella sua incessante missione di rievocazione storica. Ma del volto più brutale della storia, quello che forse per molti sarebbe più semplice dimenticare. Una donna che oggi, a distanza di quasi ottant’anni dal più atroce esperimento di annientamento dell’umanità registrato nella storia, è costretta a vivere sotto scorta. Sottoporre la sua storia agli occhi di milioni di studenti tra i diciotto e i diciannove anni è un’azione fondamentale non solo per perpetuare la memoria di un orrore il cui oblio sarebbe ancora più orrendo, ma anche per educare cittadini consapevoli. Le menti del futuro non possono ignorare ciò che, soltanto poco più di cinquant’anni fa, ha cambiato le sorti di milioni di vite in tutto il mondo. E una volta conosciuto, non possono neanche limitarsi alla sola interiorizzazione passiva, come invece fin troppo spesso accade. Devono inorridirsi, provare pietà, piangere, arrabbiarsi. Lo scarso interesse generale da parte delle nuove generazioni e l’abitudine ad assimilare ogni dato come una mera nozione scolastica rischia di portare a un mondo di alessitimia, disinteresse e indifferenza. L’odierna scelta, da parte del MIUR, di spingere gli studenti a interrogarsi sulla Shoah fa parte delle azioni necessarie per perpetuare questo proposito, al fine di estirpare l’erbaccia dell’indifferenza prima che sia troppo tardi.
Ilaria Prazzoli


