Ospedale Luigi Sacco, 8 marzo 2022. Nel padiglione 16 entra un ragazzo. È la prima volta per lui nell’ambulatorio specializzato in Disturbi del Comportamento Alimentare e non sa bene come muoversi. Cammina per i corridoi, si guarda intorno, cerca qualcuno a cui poter chiedere informazioni. Dopo una decina di minuti riesce a prenotare un appuntamento, fissato per due settimane successive. Non è per lui, ma è come se lo fosse. Prende il telefono, lo porta all’orecchio e annuncia la notizia a un interlocutore che, a giudicare dall’espressione delusa del ragazzo, non sembra esserne particolarmente entusiasta. Ed è vero, non lo è.
Dall’altra parte della cornetta è in ascolto una ragazza. È per lei quella visita. Da anni soffre di diversi disturbi del comportamento alimentare, ma non ha mai preso in considerazione la possibilità di curarsi. Ha sempre rimandato, sempre minimizzato ogni episodio, sempre creduto che, finché esistono persone in uno stadio della malattia più avanzato rispetto al suo, lei non meriti davvero quelle cure. Se si è profondamente convinti che non si possa guarire, perché anche solo provarci? Se si crede di poterne uscire autonomamente, perché chiedere aiuto a qualcun altro?
Ma quando invece è un’altra persona a essere convinta che non debba sempre andare così, che la guarigione non sia un’utopia ma una concreta speranza da riporre nelle mani di esperti nel settore, allora le cose cambiano.
Oggi, 15 marzo 2022, quella ragazza si è arresa di fronte alla mano tesa davanti a lei. Sarebbe ipocrita fingere che in questa decisione l’ago della bilancia sia stato l’amor proprio. Non ama se stessa una persona che subisce quotidianamente un simile tormento, mentale e fisico, senza avere la dignità di prendere in mano la propria vita e urlare “basta”. Lei oggi ha deciso di presentarsi a quell’appuntamento per amore di qualcun altro.
C’è qualcosa di vergognoso nello stringere una mano più salda o nell’affidarsi a uno sguardo più lucido del proprio? È da considerarsi mancanza di fermezza o di personalità non avere il coraggio di ribellarsi autonomamente a una malattia infida? Quando era lui l’unico a vederla, il solo a sapere e insistere, era inevitabile per quella ragazza porsi domande simili. E poi, improvvisamente, la presa di coscienza.
Se osservata da un punto di vista diverso, la questione si carica di un valore più intimamente profondo. Avere bisogno della spinta di una terza persona per iniziare una terapia non è indice di debolezza, né un fallimento. È così raro poter contare sull’affetto puro e sincero di chi dà senza ricevere nulla in cambio, che chi può farlo ha il dovere morale di considerarlo un merito: significa essere stati capaci di intessere legami autentici e potenti, disposti a insistere e lottare per una causa esterna a sé. Non è forse questa una vittoria?
Non si sa se quella prima visita segnerà l’inizio della sua guarigione, o se quella ragazza continuerà a condividere corpo e anima con un’entità estranea, asfissiante e putrefatta, che ne compromette umore e personalità. Questo non si può prevedere. Ciò che è certo, però, è che lei oggi si è lasciata guidare da chi crede nella possibilità di guarire molto più di quanto faccia lei. Non esiste nessuna garanzia di guarigione quando si comincia una terapia, ma dopo giorni spesi a ripetersi “questa volta sarà l’ultima” che si sono trasformati in anni, questo è indubbiamente ciò che più si avvicina a una speranza concreta.
La Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro i Disturbi del Comportamento Alimentare è oggi, ma non è solo ed esclusivamente questo il giorno in cui sentirsi visti e riconosciuti. L’affetto nutrito da chi ci circonda è costante, e anche se non sempre è in grado di vedere, è sicuramente sempre disposto ad aiutare.
Lasciamoglielo fare. Anche quando la paura si fa troppo grande. Anche quando si è convinti di non stare poi così male.
Ilaria Prazzoli


