Stefano Liguori, 23 anni, sestese doc, è uno studente di Medicina presso l’Università degli Studi di Milano. Lo scorso marzo ha trascorso con Elena, amica e compagna di corso, quattro settimane a Thika, un piccolo distretto del Kenya che da quel momento occupa un posto speciale nel suo cuore. Rincasato a Sesto San Giovanni, Stefano non ha esitato un secondo a travolgere con il proprio entusiasmo gli altri studenti di facoltà sanitarie: nell’arco di qualche mese ha organizzato piccoli gruppi di ragazzi e di ragazze desiderosi di intraprendere la medesima esperienza medico-umanitaria, dando vita ad un embrionale progetto di volontariato. Il primo gruppo, composto da due giovani fiorentini, partirà alla volta di Thika il prossimo agosto. Sorseggiando un caffè in un bar del centro, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Stefano per scoprire di più su questa interessante iniziativa.
Stefano, come sei approdato in Africa? Perchè hai scelto proprio il Kenya?
“Nel marzo del 2019 due mie amiche sono partite per il Kenya grazie al contatto di John Muruiri, il direttore della piccola Ong “Action for Children in Conflict” (AfCiC) con sede a Thika, in Kenya. Tramite queste ragazze ho conosciuto personalmente John e mi sono reso conto che, affidandomi alla sua associazione, probabilmente avrei ottenuto ciò che stavo cercando: un’esperienza genuina, vera, lontana dall’artificiosità che, secondo me, caratterizza le attività medico-umanitarie più gettonate sul ‘mercato’ “.
In che modo descriveresti i cittadini di Thika? Come ti hanno accolto nella veste di volontario?
“Appena arrivati a Thika, la prima sensazione percepita da me e da Elena è stata la grande distanza tra il loro modo di vivere e il nostro. Per la strada o nei supermercati, tutti ci guardavano come se fossimo degli extraterrestri. Ovviamente abbiamo impiegato pochissimo a comprendere che la loro non era diffidenza, né tantomeno sprezzo nei nostri confronti: era pura curiosità. I kenyoti in realtà sono persone gentilissime, calorose e molto ospitali”.

Durante la tua permanenza a Thika, all’interno di quali strutture hai collaborato e che genere di aiuto hai fornito?
“Dopo qualche giorno dedicato all’“orientamento” all’interno di Thika, abbiamo visitato Majengo, un centro diurno di reclutamento per ragazzi di strada, che AfCiC si occupa di accogliere nelle proprie strutture. Qui alcuni volontari propongono ai giovani attività ludiche di gruppo, e assicurano loro un pasto caldo e il permesso di usufruire dei servizi igienici di prima necessità. Dopodiché abbiamo collaborato nell’Interim Care Centre, specializzato nella “riabilitazione educativa” dei ragazzi, per indirizzarli poi verso il percorso scolastico o quello lavorativo. Quindi abbiamo visitato la scuola primaria e secondaria di Mugumoini, che ospita, tra le altre, una sezione dedicata a bambini con bisogni speciali. Per quanto riguarda l’ambito medico, infine, abbiamo frequentato il “Mary Help of the Sick Mission Hospital”, uno degli ospedali di Thika che ci ha regalato una proficua esperienza di tirocinio”.
Dopo il mese trascorso in Kenya hai deciso di dare vita a un progetto di volontariato. Parlaci di questa iniziativa.
“L’idea del progetto di volontariato è nata dopo aver giocato a calcio con alcuni ragazzi del posto. In quel momento ho realizzato che io sarei tornato a casa con un bagaglio esperienziale enormemente arricchito, mentre a loro, nei fatti, non sarebbe rimasto molto altro oltre al mio ricordo. Allora, tornato in Italia, ho deciso di organizzare gruppi di tre o di quattro persone interessate a partire tra agosto e novembre. Per farlo, ho sfruttato il grande network della società per cui lavoro, Testbusters, che mi ha permesso di entrare in contatto con gli studenti di Medicina e professioni sanitarie di tutta Italia. Grazie all’unione di queste forze, è stato organizzato il primo gruppo, che partirà ad agosto”.

Hai in programma di tornare a Thika in futuro?
“Tornerò a Thika il prossimo settembre con il secondo gruppo e non sto più nella pelle“.
Credi che l’Africa ti abbia cambiato in qualche modo?
“Sicuramente ho rivalutato le mie priorità. L’Africa mi ha insegnato a guardare il mondo con uno sguardo più trasparente, e a comprendere che la felicità risiede nella semplicità di una passeggiata, di un giorno di scuola o di una partita a pallone. Tutto il resto è secondario. Il volontariato viene percepito come un puro atto di assistenza nei confronti di chi ne ha bisogno. Ed è vero, moltissime persone in ogni parte del globo hanno bisogno di sostentamento per poter sopravvivere. Ma la verità è che si tratta di qualcosa di cui entrambe le parti necessitano. È uno scambio bidirezionale e addirittura impari, perché ciò che si riceve è mille volte superiore a quello che si dà”.

Se potessi convincere un ragazzo o una ragazza a partire per il Kenya domani con una sola frase, quale sarebbe?
“Io non voglio convincere nessuno. Il mio desiderio è che le persone partano perché sentono il bisogno di farlo. Però, se una persona intenzionata a partire fosse dubbiosa e mi chiedesse un incoraggiamento, le direi sicuramente che se potesse vedere l’Africa con i miei occhi, non esiterebbe neanche un secondo a salire sul primo aereo”.
Insomma, il progetto di Stefano a sostegno di AfCiC mette d’accordo proprio tutti, anche chi sostiene sia giusto aiutare il prossimo, ma “a casa sua”. Chiunque vorrà prenderne parte, infatti, aiuterà i cittadini di Thika proprio nella loro terra. E non perché questa sia l’unica condizione socialmente accettabile, o la più corretta. Ma perché l’uomo, oltre ad essere umano, è anche cosmopolita. E il mondo è la dimora di ognuno di noi.
Ilaria Prazzoli


