In occasione della festa patronale, la Chiesa di Sesto San Giovanni ha scritto una “Lettera alla Città”. E’ stato il Consiglio pastorale decanale ad introdurre negli anni scorsi un dialogo epistolare con i fedeli. L’obiettivo è quello di dare vita ad un colloquio con tutte le realtà cittadine cercando di affrontare temi e problematiche di maggior interesse. La missiva intende essere “Parola” di speranza, di fraternità, di comunione e di apertura al dialogo. Ecco il testo integrale.
“Fratelli e sorelle presenti in questa nostra Città di Sesto San Giovanni, il Consiglio Pastorale Decanale, espressione della Chiesa Cattolica nella Città, anche quest’anno desidera rivolgervi una parola di saluto in occasione della festa di San Giovanni Battista, nostro patrono. Abbiamo voluto aprire questo nostro messaggio con le parole del profeta Geremia all’inizio della sua missione. Lui, il profeta delle minacce e delle lamentazioni, lui che sa alzare la voce contro le ipocrisie religiose e le miopie dei politici, mentre tutto va verso il disfacimento e si aprono prospettive di esilio e di deportazione, è invitato da Dio ad osservare un ramo di mandorlo con i primi segni della primavera, ad indicare che il Signore vigila per realizzare la sua Parola. Un’immagine profetica che ci sembra significativa anche in questo nostro tempo. Come Chiesa presente nelle realtà parrocchiali disseminate nel variegato volto della Città
sentiamo il bisogno e la necessità di donare una parola di speranza e di novità di vita in questo tempo nel quale appaiono spiragli di luce dopo le tenebre dalle quali cerchiamo di uscire. Una parola di fraternità e comunione che ci viene dall’evangelo di Cristo Gesù e che desideriamo vivere, testimoniare e portare in tutto il tessuto cittadino. Vogliamo offrire una parola che desidera entrare in dialogo con tutte le realtà presenti e vive nella Città – senza distinzioni religiose, sociali e politiche – nelle sue espressioni istituzionali e associative.
L’impatto dei primi mesi del 2020 ci aveva lasciato senza parole. Un silenzio pervaso dalla sofferenza della nostra gente e sorpreso dal bene che essa era riuscita comunque a generare per sostenere tutti i suoi componenti, con iniziative realizzate dalle persone e dalle organizzazioni sociali tanto numerose nella nostra Città. I nostri sentimenti si erano fatti preghiera di stupore e di implorazione, nei versi di don Leone Nuzzolese: “Toccati dalla vita”. Quest’anno possiamo ringraziare per il percorso che lentamente ci sta portando a superare le fasi più difficili della pandemia, anche se ancora non possiamo dire di essere del tutto guariti. Un ringraziamento nasce dal cuore per le tantissime persone che hanno saputo continuare a rimanere al loro posto, a svolgere il loro lavoro e servizio per gli altri, ad impegnarsi per far crescere la nostra società e prepararla per il domani. A queste donne e uomini che non si sono tirati indietro, vogliamo dire il nostro grazie.
Vediamo una Città colpita da alcune emergenze. Come Geremia cerchiamo di guardare alla Città con uno sguardo non superficiale, capace di interpretare gli avvenimenti alla luce della Parola di Dio, da cui possono scaturire parole “profetiche”. Questo sguardo ci fa scorgere alcune emergenze che desideriamo sottolineare e richiamare all’attenzione di tutti. Un’emergenza sanitaria dove tutto deve essere messo in gioco perché, oltre la cura, ci sia anche il “prendersi cura”. “Ma insieme è necessario porre domande e cercare risposte per quello che non ha funzionato” (Mons. Mario Delpini), cercando risposte adeguate soprattutto per chi è solo. Un’emergenza spirituale e culturale. Pensiamo che questa nostra società abbia bisogno di un supplemento di sapienza per non immiserirsi, per non restare chiusa nelle piccole questioni legate agli interessi particolari – personali e di gruppo – che troppe volte avviliscono le relazioni umane: “fatti non foste a viver come bruti /ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno cap. 26,119- 120). Un’emergenza di fronte alle varie povertà e fragilità.
Sappiamo che non è una novità ciò che diciamo: la pandemia ha creato nuove povertà, oltre a quelle già presenti nel tessuto della Città ed alle varie fragilità che altre volte abbiamo segnalato. Non si può nasconderla, la povertà! Il bene comune è realmente tale quando non lascia indietro le persone più fragili perché non ce la fanno, perché non hanno voce. Un’emergenza legata al lavoro e alla casa. Il lavoro, la casa sono beni essenziali alla vita delle famiglie, di ogni persona e l’attuale momento di ripresa deve essere occasione per affrontare senza alibi questi problemi, cercando anche soluzioni nuove e creative. Un’emergenza educativa che tocca tutte le varie fasce di età, partendo dai più piccoli fino alla fascia scolare, ma con uno sguardo attento ad adolescenti e giovani e che coinvolge gli adulti nella trasmissione dei valori legati alla nostra storia, alla verità sull’uomo, sulla vita, sulla famiglia, sull’ospitalità e sulla solidarietà.
A fronte di queste emergenze che segnano la vita delle persone come singoli credenti e come comunità cristiana non possiamo non sentirci coinvolti e corresponsabili nel comprenderle e nell’affrontarle. Vediamo una Città che si appresta a profondi cambiamenti, che, cominciando dalle aree Falck, andranno ad impattare sia a livello di vita sociale che ecclesiale. Solo se insieme sapremo custodire la memoria della nostra storia e dei valori che ci ha consegnato, sapremo intraprendere con frutto i cambiamenti e il cammino che ci attende. Da qui anche l’importanza di riscoprire e vivere la “sestesità”, (molto cara a tanti nostri cittadini come monsignor Luigi Olgiati e Giovanni Bianchi), che era espressione di “solidarietà nella differenza”, e che ci ha caratterizzati anche nella pandemia. Vediamo una Città il cui volto sta cambiando e cambierà: nuovi abitanti, nuovi popoli, nuove culture ma anche nuove fragilità, nuove povertà. La grande questione del futuro crediamo che sia come costruire una convivenza che sia davvero inclusiva nel rispetto di tutti e nella salvaguardia dei diritti e dei doveri che ci legano.
Sesto San Giovanni si è sempre confrontata con l’accoglienza dei migranti. Famiglie e persone provenienti da varie parti dell’Italia hanno costruito il tessuto cittadino, mentre negli ultimi anni nuove migrazioni si sono affacciate alla Città, ma con il volto di altri popoli, di altre culture e religioni. Come Chiesa presente nella Città, abbiamo sempre più compreso che questo aspetto del volto di Sesto non va rifiutato, anzi, se vissuto in un dialogo franco e profondo, può essere il luogo di una crescita reciproca e feconda. Abbiamo sperimentato tutto questo nell’incontro con le altre comunità cristiane presenti sul nostro territorio e con la comunità musulmana, per il comune impegno verso la Città. Invitiamo tutti a superare le paure, le diffidenze, spesso ideologizzate, e costruire processi di incontro e di fraternità. Siamo anche consapevoli che la stessa dinamica di dialogo e di inclusione debba essere vissuta ad ogni altro livello della vita della Città praticando una solidarietà diffusa pensando a come affrontare le vecchie e nuove povertà, in particolare quelle emerse dalla pandemia. Il tessuto della nostra Città è davvero ricco di tante associazioni e persone in prima linea nel costruire trame e relazioni di solidarietà; la comunità cittadina deve diventare sempre più capace di ascoltare, mettere in rete, valorizzare tutte queste esperienze che sono il presupposto della costruzione di una collettività coesa, inclusiva e sicura.
Vediamo una Città che ha bisogno di avviare una riflessione sostanziale sulle nuove generazioni e ci sentiamo chiamati a rispondere alla proposta di costruire una “Comunità Educante” (cfr. Angelo Scola, La Comunità Educante – Nota sulla proposta pastorale del triennio 2011-2014) coinvolta nella costruzione di un vero e proprio “patto educativo globale” che guardi a loro come ad un elemento fondamentale su cui investire per la edificazione della società di domani. Un patto che porti ad una rinnovata alleanza educativa capace di attraversare tutti i livelli: dalla famiglia, alle scuole, ai centri aggregativi, agli oratori, allo sport, alla cultura, etc. Un patto che sentiamo urgente, particolarmente in questo “cambio d’epoca” dove – in mancanza di proposte chiare, percorsi aggregativi e luoghi riconoscibili – i ragazzi troppo spesso sperimentano una solitudine in cui sono totalmente risucchiati e spinti a chiudersi nella “rete”, nei “social media”; sfida è affrancarli dalla condizione di consumatori passivi di tutto ciò che passa nello schermo del loro telefonino, per diventare cittadini adulti e responsabili.
Come comunità cristiane della Città ci impegniamo a continuare le nostre attività educative (ad esempio oratori, scuole, doposcuola, etc.) e ad accrescere la nostra attenzione ai problemi sociali e ai mondi che hanno subìto gravi danni in questi tempi di pandemia, rafforzando i legami e il lavoro di rete territoriale per essere concretamente al servizio della comunità tutta. Vogliamo favorire un patto educativo ispirato alla visione dell’uomo e della donna che ci deriva dalla antropologia cristiana e che presuppone una comunità cittadina aperta ad interrogarsi sulle grandi sfide culturali e tecnologiche della nostra epoca. Sfide che riguardano anche l’uso intelligente delle nuove tecnologie, sempre più presenti nella vita quotidiana; la necessità di una conversione verso una “ecologia integrale” negli stili di vita e di consumo; la disponibilità alla cura reciproca e alla solidarietà“.


