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domenica , 4 Ottobre 2026
Cultura

Milano, prosegue “Dante in Duomo”: la Cattedrale meneghina si fa pedana per il “folle volo”

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Prosegue a ritmo incalzante il programma di “Dante in Duomo”, l’iniziativa culturale ideata a Milano in occasione del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri e dedicata alla sua celebre “Commedia”. L’evento, avviato lo scorso 3 maggio, si protrarrà fino al 9 luglio 2021: ogni giorno alle 18:30 – weekend esclusi – la Cattedrale milanese fa da palcoscenico ad un’intensa lettura di due canti danteschi, talvolta accompagnata dalle pregevoli melodie dei musicisti del Teatro alla Scala. Verso dopo verso gli spettatori sono trasportati all’interno di bolge infernali, sulle rive di desolate spiagge o tra le acque di fiumi prodigiosi: si tratta di un’esperienza magica, quasi extracorporea, e in quanto tale merita di essere vissuta da chiunque. Qui di seguito si riporterà un breve resoconto della tredicesima serata dantesca, dedicata ai canti infernali XXV e XXVI, allo scopo di incentivare tutti alla partecipazione attiva all’evento. Ma per godere a pieno delle emozioni che esso è in grado di suscitare le parole non sono sufficienti: l’unica vera strada da imboccare è quella verso Piazza Duomo.

Nei recessi degli inferi, tra ladri e consiglieri fraudolenti

Ore 18:10 – Dopo alcuni brevi controlli di sicurezza, varchiamo la soglia della maestosa Cattedrale. È ormai dallo scorso 3 maggio che il Duomo di Milano ha riaperto le porte al pubblico, ma ogni nuovo ingresso assomiglia sempre al primo. Prendiamo posto nelle navate (le cui postazioni numerate sono prenotabili al sito Dante in Duomo – Duomo di Milano SITO UFFICIALE (duomomilano.it) e la magia ha inizio.

Ore 18:30 – È la voce profonda, grave ed intensa di Massimiliano Finazzer Flory a squarciare il silenzio: d’improvviso ci troviamo nelle Malebolge, al cospetto di orride creature.

“Inferno”, Canto XXV

Un ricercato gioco di luci riflette i colori delle vetrate sulle colonne, dipingendole di tinte tenui. Di fronte agli ascoltatori, rapiti dall’impeccabile interpretazione del maestro, prendono vita alcuni tra i peccatori puniti nel Cerchio VIII, ladri torturati da terribili serpi e tramutati in esseri mostruosi. La crudezza delle metamorfosi descritte non può che inorridire chi ne ode il racconto, eppure, al contempo, non ammette distrazioni: l’orrido seduce l’ascoltatore che, incapace di distogliere l’attenzione, è magneticamente attratto da ogni singola parola. Proferito l’ultimo verso, in Cattedrale cala il silenzio. È ora di proseguire il cammino per “la solinga via, tra le schegge e tra’ rocchi de lo scoglio”.

“Inferno”, Canto XXVI

Forse uno dei canti più noti di tutta la Commedia, il ventiseiesimo dell’Inferno: quello di Ulisse che arde tra le fiamme e del suo “folle volo”, che, a causa della smodata sete di conoscenza, si rivelò anche l’ultimo.

“O frati”, dissi “che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,

non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo

(“Commedia”, “Inferno”, XXVI, vv. 112-125)

Sono terzine celebri queste, studiate da migliaia di studenti in tutto il mondo e citate da ognuno di noi almeno una volta nella vita. Ma il Canto XXVI è molto più di una manciata di versi recitata a memoria per impressionare gli amici durante una cena: è un implicito inno alla sete di conoscenza, che costituisce una tra le più nobili aspirazioni dell’uomo, a patto che non pecchi mai di empietà. L’appello di Ulisse ai compagni è il medesimo di Dante ai suoi lettori: (in)seguire con ardore, nel corso della propria esistenza, la virtù e la conoscenza, e non il solo istinto animale di conservazione. Attitudine che Dante ammira e ricerca, e di cui è fieramente consapevole di essere provvisto.


“vedi che del disio ver’ lei mi piego!”
(“Commedia”, “Inferno”, XXVI, v.69)


Attraverso la voce di Finazzer Flory, in questo canto Dante sembra volerci dire che la sete di conoscenza, la curiosità per l’ignoto, il desiderio ardente di emozioni forti e passioni brucianti, costituiscono le fiamme che devono costantemente divampare dentro l’animo di ognuno di noi. Per che cos’altro varrebbe la pena vivere, altrimenti?


A questo punto, non vi resta che consultare il calendario di “Dante in Duomo” e prenotare (almeno) una tra le numerose date disponibili: la vostra fame di cultura sarà senz’altro saziata.

Ilaria Prazzoli

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